
Gianni Basso non aveva nulla dell'artista tenebroso, né della
old star.
Severo con se stesso, talvolta insicuro e spesso insoddisfatto, nella vita era un uomo riservato che bilanciava la sua profonda emotività con un grande
sense of humour; in palcoscenico era un sapiente, formidabile “artigiano”, inflessibile nel suo tendere costantemente alla purezza. E quella purezza, la purezza del suo
sound caldo ed avvolgente, ci mancherà.
Lascia, è vero, una discografia sconfinata; lascia la memoria di quelle emozioni a fior di pelle che solo il timbro morbido del suo sax sapeva dare, lascia il ricordo indelebile del suo travolgente
feeling, dei suoi modi schietti e immediati. Lascia un patrimonio umano ed artistico accumulato nel corso di oltre cinquant’anni di carriera in nome del jazz, sua ragione di vita, sua passione indiscussa, perseguita con tenacia ferrea, senza cedimento alcuno e con determinazione quasi “prussiana”. Ma la voce unica, inconfondibile del suo sax in concerto, quella non la potremo più ascoltare e le numerose incisioni, per quanto singolari e amate, saranno forse di conforto, stimolo e diletto per chi a quel
sound non era troppo abituato… Ma per tutti noi, popolo del Jazz club Torino, del Due Laghi Jazz Festival, dell’Estate Jazz, non saranno sufficienti. Noi eravamo privilegiati, perché questo artista schivo che ha sempre preferito “suonare piuttosto che… diffondersi in parole inutili”, era “uno dei nostri” ed era così per il pubblico come per gli artisti della variegata comunità del Jazz club. Era il nostro riferimento assoluto: dal palco sapeva darci i brividi, quando attaccava
I'll be seeing you o
Polka Dots and Moonbeams, poi, quando si mescolava alla folla che gli si accalcava attorno, aveva per tutti una battuta, un sorriso e con ognuno poteva brindare - con le amate “bollicine”-, come disquisire sapientemente delle meravigliose prestazioni del bocchino Otto Link, “di quelli che non si trovano più”, o dell’ancia Rico N.3… Al popolo del Jazz club, rendeva note le sue convinzioni, le sue idee, le sue certezze - non minori delle sue incertezze -, a proposito del jazz… Per la sua musica ed anche per tutto il resto, tutti noi gli saremo grati per sempre.
Gianni Basso, com’è noto, ha contribuito in modo rilevante alla “edificazione”, alla diffusione ed alla vivificazione del jazz nel nostro Paese; è stato testimone di un'epoca e nel contempo star blasonata, quando il jazz nostrano muoveva i suoi primi passi e negli anni Cinquanta era ritenuto a clamor di cronaca il “tenore N.1 della scena jazzistica italiana”.
La storia di Gianni - una storia di talento e passione - è la storia di un “suonatore”, questo forse è il termine che più gli si addice ed in cui egli meglio si identificava poiché per lui la musica era l’“unico fine da perseguire”, come spesso affermava. Ma la storia di Gianni Basso è indissolubile dalla storia del mondo del jazz. E, come sottolinea Piero Angela, per tanti anni a fianco di Gianni, nella duplice veste di pianista e divulgatore - anche di jazz -, “la storia di Gianni Basso è, in sostanza, una bellissima storia d'amore con il jazz. Una storia iniziata negli anni del dopoguerra, in un momento in cui era difficile, anzi quasi impossibile guadagnarsi da vivere suonando solo in questo modo: un momento in cui i veri amatori erano pochi, e formavano comunità catacombali, solitamente squattrinate”… Ma la passione talvolta “tutto può” e Gianni, come ricorda Dusko Gojkovic, “per cinquant’anni ha costantemente ed instancabilmente contribuito a forgiare la storia del jazz in Italia e in Europa. Per cinquant’anni, nel corso della sua vita ha avuto l’opportunità di stare fianco a fianco con i grandi Maestri che hanno creato e suonato il jazz. E per tutta la vita ha creato e fatto progredire il jazz. Gianni Basso è stato un vero artista.”
La fama di Gianni Basso non aveva confini. “Era noto ed apprezzato non solo dai musicisti europei ma anche oltre-oceano - ricorda Stiepko Gut -, un fatto abbastanza sorprendente per un musicista italiano. Molti grandi artisti americani ne hanno stimato il talento“. Anni or sono, se chiedevi a Dizzie Gillespie qual era il musicista italiano più importante, ti rispondeva senza esitazione “Gianni Basso!” E non v’è di che meravigliarsi: “Gianni - dice il trombonista Dino Piana che fece parte della storica formazione con Oscar Valdambrini -, come musicista è stato sempre inconfondibile e questo è un privilegio e un dono che solo i grandi possono avere… E come uomo è un amico affidabile e generoso, cui personalmente devo riconoscenza e stima”.
E’ per tutti noi un momento triste e, mentre scriviamo, ogni parola ci sembra vuota e vana…
Tuttavia, se esiste un messaggio di Gianni Basso rivolto ai suoi
fans, agli appassionati di jazz, ai giovani e al suo pubblico, questo messaggio resta impresso nella sua musica, la musica che ci ha dato, la musica che ci ha lasciato, la musica che mai ci stancheremo di ascoltare.